Il Virgilio Romano è un codice pergamenaceo attualmente composto da 309 fogli (ma si ritiene che in origine ne avesse circa 411), nel quale si conserva in maniera frammentaria una delle più antiche copie illustrate delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide.
È stato scritto in una data imprecisata tra V e VI secolo con una grafia che all’epoca veniva utilizzata per manoscritti di pregio, conosciuta col nome di capitale rustica.
Perché il manoscritto è prezioso
Ciò che lo rende prezioso è la sua antichità che lo pone di diritto tra i Codices Vergiliani Antiquiores.
La monumentalità e l’eleganza della scrittura unite ad un ricchissimo apparato illustrativo fanno di questo codice un oggetto di lusso, un prodotto che rappresenta uno status symbol.
Le carte superstiti prive di illustrazioni contengono ognuna 18 versi.
Nel complesso, sopravvivono 19 immagini miniate realizzate a partire da modelli tardo-antichi che, tuttavia, non sono più perfettamente compresi.

Descrizione delle miniature e dell’apparato illustrativo
Per quanto riguarda l’illustrazione delle Bucoliche, il modo di illustrare differisce sostanzialmente dalla decorazione degli altri due testi.
Le illustrazioni delle Bucoliche sono integrate nel corpo del testo; di formato rettangolare e relativamente piccolo (con varie altezze), sono tutte (eccetto la prima) inserite in una cornice e alternano soggetti non strettamente inerenti al testo: scene pastorali e ritratti “tipici” del poeta.
Fa eccezione la prima miniatura, che rappresenta Titiro e Melibeo, e vuol rappresentare i ben noti versi di esordio delle Bucoliche; questa miniatura è eseguita in campo aperto ed è di stile assolutamente diverso da tutte le altre.
Le illustrazioni di cui abbiamo sin qui parlato si trovano nei fogli 1r, 3v, 6r, 9r, 11r, 14r, 16v, con dimensioni di circa mm 247/245×175/140.
Diversa la scelta effettuata dai miniatori per Georgiche ed Eneide; qui infatti le immagini sono a coppie affrontate ed hanno dimensioni quadrate quasi a piena pagina.
I fogli che ci riguardano sono 44v, 45r, 74v, 76v, 77r, 100v, 101r, 106r, 163r, 188v, 234v, 235r; le dimensioni sono di circa mm 232/225×230/222.
Le miniature sono tutte a piena pagina e realizzate su carte che non dovevano ricevere alcun testo sulla faccia della pergamena senza illustrazione.
Delle Georgiche sopravvivono solamente due miniature a piena pagina su due pagine consecutive, quasi a formare due valve di un dittico; infatti le scene sono strettamente collegate e comunicano l’una con l’altra.
Rapporto testo-immagine e fonti iconografiche
In sum, the sources of the miniature were conventional bucolic representations, not a literal rendering of Virgil’s text.
Pastoral scenes on sarcophagi, mosaic pavements or in fresco paintings could have inspired the miniatures for Eclogues and Georgics.
È stato osservato che la corrispondenza tra le miniature e il testo virgiliano è vaga e che le immagini rispondono a modelli bucolici generici piuttosto che a una resa letterale dei versi.
È stato inoltre notato che la distribuzione delle figure sulla pagina ricorda quella rinvenibile nei mosaici pavimentali tardoantichi.
Mani e autori: più mani al lavoro
Un primo punto certo è quello che, come spesso accade nei manoscritti, più mani devono aver collaborato all’opera.
Un autore a sé è quello che ha realizzato il primo foglio; nel caso di Titiro e Melibeo i colori, l’ariosità, la raffinatezza dell’immagine è ben diversa dalle scene che appaiono nei fogli seguenti.
Secondo De Nolhac è possibile distinguere tra una prima mano (Georgiche, pitture 1-9) appartenente ad un artista elegante e meticoloso, una seconda mano (Aen. 1-4.583, pitture 10-25) che mostra un’attitudine frettolosa e poco senso della prospettiva, e un terzo miniatore (Aen.) con caratteri differenti.
Datazione: perché è complessa
Evidentemente la datazione del manoscritto è un fatto cruciale quanto complicato.
Le ipotesi oggi prevalenti lo collocano alla metà del VI secolo.
La questione cronologica è complessa e affascinante allo stesso tempo: alcuni studiosi, in particolare Ehrle e Lowe, lo datano al V sec.; secondo Pratesi, invece, il codice sarebbe della metà del VI sec.
Tale ipotesi si basa su quelle precedenti di Traube, il quale ha studiato le ricorrenze dei nomina sacra nel testo, e di Norden, che ha individuato un verso interpolato (Aeneides VI, 242) trascritto dal copista come parte integrante dell’opera e non come nota marginale o interlineare.
Ulteriore confronto per la datazione alla fine del V secolo offrono, secondo Wright, i dittici consolari eburnei di Basilio (480) e Boezio (487); contraria è l’opinione di Cameron, che postdata il dittico di Basilio al 541 ca.
Provenienza e pellegrinaggio del codice
Anche il luogo di provenienza è dibattuto: Roma o Ravenna secondo i primi studi ma anche la Gallia dove la produzione di codici miniati fu intensa sia sotto i Merovingi che i Carolingi.
Una possibile localizzazione del codice a Ravenna è stata sostenuta da vari studiosi incrociando dati paleografici e caratteristiche figurative.
Il Virgilio Romano è comunque un manoscritto che ha viaggiato; rimasto in Italia fino al IX sec., il codice fu conservato in Francia, presso l’abbazia di Saint Denis fino al XV sec., come mostrano le note ai ff. 4r e 78r.
Quasi nessuna notizia si ha circa l’arrivo del codice in Biblioteca Vaticana, quando compare per la prima volta nell’inventario realizzato durante il pontificato di Sisto IV del 1475.
Nel 1797, il manoscritto subì le traversie legate all’arrivo delle truppe napoleoniche in Italia, venne portato quindi a Parigi per poi essere restituito alla biblioteca nel 1816.
Da Saint-Denis il manoscritto si allontanò intorno al 1445: Jean Courtoy (abate di Saint-Denis) lo ritirò dalla biblioteca e probabilmente ne fece dono a un’alta personalità romana; a partire dal 1475 il Romanus compare negli inventari della Biblioteca Vaticana.
Il valore artistico e la funzione sociale del codice
Fatta salva la prima, le immagini del Virgilio Romano appaiono più come un impreziosimento del testo che come ricerca di un’espressione artistica raffinata.
Mancano di prospettiva, mentre l’arte classica ne era maestra; mostrano una palette cromatica non esaltante al contrario delle cromie degli affreschi di epoca classica.
Restano però immagini legate ad una cultura classica anche se siamo già in quel percorso che porterà alla progressiva semplificazione iconografica che caratterizza i secoli della tarda antichità.
La monumentalità dell’apparato illustrativo dell’Eneide dimostra l’eccezionale importanza che questo testo ricopriva ancora nella società del V-VI secolo.
La quasi completa assenza di una precisa descrizione spaziale, la volontà di “non rappresentare le cose di per sé, ma per l’idea che incorporano”, e la scelta di trasmettere sentimenti religiosi solo a personaggi “neutri” mostrano che lo scriptorium era ormai probabilmente orientato alla produzione di testi di matrice cristiana.

Funzione del codice nella società tardoantica
Il Virgilio Romano è un prodotto verosimilmente destinato più alla tesaurizzazione che alla fruizione e godette di grande fortuna.
La quantità di errori presenti nel testo e il fatto che questi siano stati corretti non prima di tre secoli dopo la redazione del codice (in età carolingia), fanno supporre che fosse un prodotto elegante realizzato per far mostra di una collezione libraria di lusso nel quale non poteva mancare una copia di Virgilio.
Influenze e modelli: da rotoli e mosaici a manoscritti carolingi
Alcuni studiosi sostengono che le miniature derivino da cicli illustrativi precedenti, contenuti in edizioni di Virgilio di vario formato, oppure da modelli su rotolo; a sostegno di tale ipotesi si adduce la presenza, per ben 32 volte, di spazi bianchi alla fine delle pagine che precedono quelle arricchite da una miniatura.
A un modello su rotolo sembrano rimandare le tracce di un medaglione con ritratto dell’autore rinvenute tramite analisi con ultravioletti sul foglio che contiene la fine di Aen. 6.
Alcuni studiosi, invece, hanno ritenuto le miniature del Vaticano creazioni originali degli artisti che le realizzarono; secondo De Wit i miniatori componevano liberamente, traendo da repertori di tipi figurativi tradizionali alcuni motivi ricorrenti, riconducibili alla lingua franca iconografica di area occidentale.
Trasmissione del testo e tradizione virgiliana
La tradizione sulla quale si basano i nostri manoscritti tardo-antichi è caratterizzata dalla presenza di una nutrita quantità di varianti, alcune molto antiche; alle varianti si aggiungono una serie di errori che, accumulati nei passaggi successivi, accompagnano la trasmissione.
I bei codici tardo-antichi in capitale sono prodotti di lusso, non prodotti filologicamente accurati.
I codices antiquiores contengono numerose correzioni antiche; alcuni codici si distinguono però per correttezza ortografica: è il caso di F, G e V.
Dove consultarlo e risorse
Se avete piacere di scorrere le pagine del Virgilio Romano, nulla di più facile: cliccate Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 3867).
Tabella riassuntiva (dati estratti dal manoscritto)
- Manoscritto: Virgilius Romanus (Vat. lat. 3867)
- Supporto: pergamena
- Fogli superstiti: 309 (originari circa 411)
- Opere contenute: Bucoliche, Georgiche, Eneide
- Miniature conservate: 19
- Grafia: capitale rustica
- Datazione prevalente: metà VI secolo (ipotesi alternative: V sec.)
- Provenienza ipotizzata: Ravenna, Roma o Gallia (dibattuta)
- Collocazione attuale: Biblioteca Apostolica Vaticana
Il periodo compreso tra i secoli IV e VI fu un momento di profondi mutamenti politici, sociali, economici e culturali che influenzarono la produzione libraria, il passaggio dal rotolo al codice e la scelta dei testi da tramandare.
Il Virgilio Romano rappresenta dunque un documento particolarmente prezioso: l'antichità del testo, il ricco apparato illustrativo e l'eleganza della scrittura ne fanno una delle testimonianze più significative della continuità della cultura classica nelle élite tardoantiche e della trasformazione iconografica che si dispiega verso il Medioevo.