Via Crucis di Benedetto XVI: analisi e riassunto delle meditazioni e preghiere

La Via Crucis presieduta da Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) offre una meditazione teologica e spirituale profonda sulla Passione di Cristo, centrata sull’immagine del chicco di grano che muore per portare frutto e sul legame indissolubile tra Croce ed Eucaristia.

Il leitmotiv e la struttura teologica

Il leitmotiv di questa Via crucis viene messo in luce all’inizio, nella preghiera iniziale, e poi di nuovo nella stazione XIV. È la parola pronunciata da Gesù la Domenica delle Palme con la quale - immediatamente dopo il suo ingresso a Gerusalemme - risponde alla domanda di alcuni greci che lo volevano vedere: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Il Signore interpreta così tutto il suo percorso terreno come il percorso del chicco di grano che soltanto attraverso la morte arriva a produrre frutto. Egli interpreta la sua vita terrena, la sua morte e la sua risurrezione in direzione della santissima Eucaristia, nella quale è riassunto tutto il suo mistero.

Poiché egli ha vissuto la sua morte come offerta di sé, come atto d’amore, il suo corpo è stato trasformato nella nuova vita della risurrezione. Per questo egli, il Verbo incarnato, è diventato ora il nostro nutrimento che porta alla vera vita, alla vita eterna. Il Verbo eterno - la forza creatrice della vita - è disceso dal cielo, diventando così la vera manna, il pane che si comunica all’uomo nella fede e nel sacramento. In questo modo la Via crucis diventa una via che conduce fin dentro il mistero eucaristico: la pietà popolare e la pietà sacramentale della Chiesa si legano e si fondono. La preghiera della Via crucis si può intendere come una via che porta alla comunione profonda, spirituale con Gesù, senza la quale la comunione sacramentale rimarrebbe vuota. La Via crucis appare come una via “mistagogica”.

Colosseo e la Croce: Via Crucis al Colosseo

Critica alla comprensione sentimentale e appello alla fede operante

A questa visione si contrappone una comprensione puramente sentimentale della Via crucis, del cui pericolo il Signore, nella stazione VIII, avverte le donne di Gerusalemme che piangono su di lui. Il semplice sentimento non basta; la Via crucis dovrebbe essere una scuola di fede, di quella fede che, per sua natura, “opera per mezzo della carità” (Gal 5, 6). Questo però non significa che debba essere escluso il sentimento. Per i Padri, il primo vizio dei pagani è proprio la loro mancanza di cuore; per questo essi riprendono la visione di Ezechiele, il quale comunica al popolo d’Israele la promessa di Dio di togliere dal loro petto il cuore di pietra e di dare loro un cuore di carne (cfr. Ez 11, 19).

La Via crucis ci mostra un Dio che condivide, egli stesso, le sofferenze degli uomini, il cui amore non rimane impassibile e distante, ma scende in mezzo a noi, fino alla morte sulla croce (cfr. Fil 2, 8). Il Dio che condivide le nostre sofferenze, il Dio fattosi uomo per portare la nostra croce, vuole trasformare il nostro cuore di pietra e chiamarci a condividere le sofferenze altrui, vuole darci un “cuore di carne” che non resti impassibile di fronte alle sofferenze altrui, ma si lasci toccare e ci conduca all’amore che risana e aiuta.

La centralità della rinuncia e della sequela

Questo ci riporta alle parole di Gesù sul chicco di grano che egli stesso trasforma nella formula basilare dell’esistenza cristiana: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25; cfr. Mt 16, 25; Mc 8, 35; Lc 9, 24; 17, 33: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà”). Con questo ci spiega anche quel che significa la frase che precede, nei Vangeli sinottici, questa parola centrale del suo messaggio: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). Con tutte queste parole egli stesso offre l’interpretazione della “Via crucis”, ci insegna come dobbiamo pregarla e seguirla: la Via crucis è la via del perdere noi stessi, cioè la via dell’amore vero. Su questa via egli ci ha preceduto, questa è la via che ci vuole insegnare la preghiera della Via crucis. E questo ci riporta ancora al chicco di grano, alla santissima Eucaristia nella quale continuamente si rende presente in mezzo a noi il frutto della morte e della risurrezione di Gesù.

La Via Crucis del 2005: svolta comunicativa e teologica

C’è un anniversario, oggi, che passa quasi inosservato, ma che ha un suo significato particolare. Quindici anni fa, il 25 marzo 2005, si teneva la Via Crucis con le meditazioni di Joseph Ratzinger. Era l’ultima con San Giovanni Paolo II papa. Quella Via Crucis, a mio avviso, segna un prima e un dopo nella comunicazione vaticana. E questo perché nessuno dei ragionamenti umani si applica realmente al pensiero di Benedetto XVI. Basta leggere i suoi scritti di teologia per comprenderlo. C’è un indirizzo, nel pensiero di Joseph Ratzinger, che è dato sin dalla scelta di svolgere la sua tesi di dottorato su San Bonaventura, (L’idea di Rivelazione e la Teologia della Storia di Bonaventura). Perché San Bonaventura parlava di un itinerarium mentis in Deum, l’itinerario dell’uomo verso Dio. Così erano le meditazioni della Via Crucis del 2005.

Scriveva Ratzinger: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!” C’era, in quella frase, un peso drammatico, un mea culpa forte, l'immagine di una Chiesa in rovina e anche la conferma di tutti i pregiudizi sulla Chiesa che tutti volevano avere. Ma non era quello il punto di quella frase. Non era solo un attacco alla pedofilia nella Chiesa. Era un qualcosa di più grande. C’era la ricerca di un significato nel male nella Chiesa.

Analisi delle stazioni principali

  • Prima stazione: Ratzinger ricorda che Gesù è stato condannato a morte perché “la paura dello sguardo altrui ha soffocato la voce della coscienza”, e questo succede “lungo tutta la storia”.
  • Seconda stazione: “Il prezzo della giustizia è sofferenza in questo mondo”, e allora la preghiera è quella di “saper accettare la croce”, di “percorrere la via dell’amore e, obbedendo alle sue esigenze” a raggiungere la vera gioia.
  • Terza stazione: Ratzinger ricorda che Gesù è venuto “incontro a noi che, per la nostra superbia, giacciamo per terra”.
  • Quarta stazione: un omaggio a Maria, che ha “coraggio di servire”.
  • Quinta stazione: la richiesta di imparare ad “assistere il nostro prossimo che soffre, anche se questa chiamata dovesse essere in contraddizione con i nostri progetti e le nostre simpatie”.
  • Settima stazione: preghiera perché “al posto di un cuore di pietra” Dio ci doni “un cuore di carne” e perché “non permettere che il muro del materialismo diventi insuperabile”.
  • Nona stazione: la famosa osservazione sulla sporcizia nella Chiesa, che riguarda uomini di Dio che non si comportano da uomini di Dio.
  • Decima e undicesima stazione: invoci per il rispetto dell’uomo in tutte le fasi della sua esistenza e per non fuggire dalle proprie responsabilità spirituali.
  • Dodicesima stazione: la morte di Gesù è presentata come chiave fondamentale del pensiero di Benedetto XVI, con la riflessione sul titolo di Messia e sull’idea sbagliata di potere e salvezza.
  • Tredicesima stazione: l’osservazione amara: “Com’è facile che noi uomini ci allontaniamo e diciamo a noi stessi: Dio è morto”.
  • Quattordicesima stazione: la speranza: “Gesù - scrive Joseph Ratzinger - è il chicco di grano che muore. Dal chicco di grano morto comincia la grande moltiplicazione del pane che dura fino alla fine del mondo”.

Temi culturali e pastorali emersi

Ci sono tanti temi in questa Via Crucis, e non riguardano la sporcizia nella Chiesa. Riguardano tutti la necessità di cercare Dio. Quello che Ratzinger mette in luce è un problema culturale. Un problema profondamente culturale, che però è anche un problema di fede. Perché noi crediamo? Davvero noi conosciamo le ragioni della nostra fede? È evidente che la risposta è no. Non siamo in grado perché umani, perfettibili. “Umani, troppo umani”, direbbe Nietsche. Ma è lì che entra la storia della salvezza. Ed è lì che è necessario andare a capire. Noi non sappiamo dare le ragioni della nostra fede, e per quello non sappiamo nemmeno raccontarla. Sta proprio lì il problema. È una questione culturale, di profondità. Non si risolve nulla se non si conoscono le ragioni profonde dei problemi.

La pietà popolare è un palliativo, ma non basta. La pietà popolare funzionava perché nutrita di vita, storia e fede. La pietà popolare funzionava perché un qualunque contadino, nel Medioevo, entrava in chiesa e leggeva nelle grandi vetrate della cattedrali gotiche le storie della Bibbia, e le traeva ad esempio. Noi, che sappiamo leggere e scrivere, non sappiamo più comprendere quella Biblia Pauperum.

Il legame con il Colosseo e la memoria dei martiri

La Via Crucis ha un profondo legame con un luogo che si protende nel cuore di Roma. Questo luogo è il Colosseo, teatro nell’era dell’Impero Romano di spettacoli crudeli con bestie e gladiatori dove è stato versato il sangue dei primi martiri. La loro testimonianza si lega a quella di tanti cristiani che, in altri frangenti della storia e anche in questo nostro tempo, hanno dato la loro vita per Cristo. La passione di Gesù si rivive nel Colosseo a partire dal XVIII secolo. Nell’Anno Santo del 1750, indetto da Papa Benedetto XIV, vengono erette in questo luogo 14 edicole e una grande croce. Per volontà dello stesso Pontefice, il 19 settembre del 1756 il monumentale anfiteatro viene consacrato alla memoria della Passione di Cristo e dei martiri.

Duecento anni dopo, nel 1959, Giovanni XXIII ripristina il rito della Via Crucis al Colosseo, poi ripreso da Paolo VI nel 1964. Al termine della Via Crucis al Colosseo, il 27 marzo del 1964, Paolo VI si sofferma su due aspetti della “scena del mondo su cui si proietta la luce della Croce”: la sofferenza umana e la pace, che la Croce riflette sulla faccia della terra.

Via Crucis al Colosseo: “Ogni potere dovrà rendere conto a Dio”

Risonanza pastorale: famiglie, sofferenza e speranza

Nel giorno di Venerdì santo del 2012 dopo aver rievocato, nella meditazione, nella preghiera e nel canto, il cammino di Gesù sulla via della croce Benedetto XVI sottolinea che “l’esperienza della sofferenza segna l’umanità, segna anche la famiglia”. Il cammino della Via Crucis è un invito per tutti noi, e specialmente per le famiglie, a contemplare Cristo crocifisso per avere la forza di andare oltre le difficoltà. La Croce di Gesù è il segno supremo dell’amore di Dio per ogni uomo, è la risposta sovrabbondante al bisogno che ha ogni persona di essere amata. Quando siamo nella prova, quando le nostre famiglie si trovano ad affrontare il dolore, la tribolazione, guardiamo alla Croce di Cristo: lì troviamo il coraggio per continuare a camminare.

Nella celebrazione del Venerdì Santo del 2013 Papa Francesco richiamerà che “Dio ha parlato, ha risposto”. E la sua risposta è la Croce di Cristo. La Croce di Gesù è la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo: una Parola che è amore, misericordia, perdono. È anche giudizio: Dio ci giudica amandoci.

La Via Crucis come educazione alla misericordia e al servizio

Nella “Via Crucis” non possiamo essere solo spettatori. Nella “Via Crucis” non c’è la possibilità di essere neutrali. Nello specchio della Croce abbiamo visto tutte le sofferenze dell’umanità di oggi. Ma abbiamo anche visto “stazioni” di consolazione. Abbiamo visto la Madre, la cui bontà rimane fedele fino alla morte, e oltre la morte. Abbiamo visto la donna coraggiosa, che sta davanti al Signore e non ha paura di mostrare la solidarietà con questo Sofferente. Abbiamo visto, infine, attraverso queste “stazioni” di consolazione che, come non finisce la sofferenza, anche le consolazioni non finiscono. La «Via Crucis» è la via della misericordia, e della misericordia che pone il limite al male: così abbiamo imparato da Papa Giovanni Paolo II. È la via della misericordia e così la via della salvezza. Preghiamo il Signore perché ci aiuti, perché ci aiuti ad essere “contagiati” dalla sua misericordia. Preghiamo la Santa Madre di Gesù, la Madre della Misericordia, affinché anche noi possiamo essere uomini e donne della misericordia e così contribuire alla salvezza del mondo; alla salvezza delle creature; per essere uomini e donne di Dio.

La Croce come parola di Dio e fonte di speranza

La Croce è sorgente di vita immortale, è scuola di giustizia e di pace, è patrimonio universale di perdono e di misericordia; è prova permanente di un amore oblativo e infinito che ha spinto Dio a farsi uomo vulnerabile come noi sino a morire crocifisso. Attraverso il cammino doloroso della croce gli uomini di ogni epoca, riconciliati e redenti dal sangue di Cristo, sono diventati amici di Dio, figli del Padre celeste. La dolorosa passione del Signore Gesù non può non muovere a pietà anche i cuori più duri, poiché costituisce l’apice della rivelazione dell’amore di Dio per ciascuno di noi.

Da quando Gesù è sceso nel sepolcro, la tomba e la morte non sono più luogo senza speranza, dove la storia si chiude nel fallimento più totale, dove l’uomo tocca il limite estremo della sua impotenza. Il Venerdì Santo è il giorno della speranza più grande, quella maturata sulla Croce, mentre Gesù muore, mentre esala l’ultimo respiro, gridando a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Consegnando la sua esistenza “donata” nelle mani del Padre, Egli sa che la sua morte diventa sorgente di vita, come il seme nel terreno deve rompersi perché la pianta possa nascere.

Perché rileggere la Via Crucis di Benedetto XVI

Vale la pena andare a rileggere quella Via Crucis integralmente, per comprendere cosa voleva veramente dire Benedetto XVI. A partire dalla preghiera iniziale, che dice già tutto. Tutto il percorso della Via Crucis di Joseph Ratzinger è un percorso per andare al cuore della fede, per comprendere perché Gesù ha fatto quello che ha fatto. Ci si vedono i riflessi dell’oggi, ma non riguardano solo la sporcizia nella Chiesa. Quindici anni fa, Ratzinger ci metteva in guardia da tutto questo, e inaugurava allora un percorso che è stato comunicato fino all’ultimo minuto del pontificato. Tuttora, però, ci ostiniamo a non vederlo.

AspettoRiflessione di Benedetto XVI
Centro teologicoChicco di grano, Eucaristia, morte-risurrezione
Approccio alla fedeFede ragionevole che opera nella carità, non solo sentimento
Problema culturalePerdita delle ragioni profonde della fede, necessità di catechesi profonda
Dimensione pastoraleSolidarietà, cura dei sofferenti, rinnovamento della pietà popolare

La Via Crucis invita a non fermarsi alle apparenze mediatiche, ma a leggere il testo nella sua interezza: “Non ci sono salti storici, non ci sono periodi che iniziano qui ed ora: tutto è collegato. E, per il teologo, non ci sono contingenze. Le contingenze sono parte di un disegno più grande, sono punti interrogativi in un percorso che porta a cercare il volto di Dio, a comprenderlo. Non c’è fede senza ragione.”

Rileggere le meditazioni di Benedetto XVI significa lasciarsi interrogare dalla Croce, riscoprire la relazione tra sofferenza e mistero pasquale, rinvigorire una fede che sappia spiegare e testimoniare la ragione del proprio credere.

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